Chi ha perduto il pudore, ha il cuore morto.
(proverbio popolare)
«Io nel piano sto al terzo punto. Entro, cambio i vestiti che mi dà la sarta, esco. Di tutti i punti del piano il mio è il più importante. Io non l’avevo capito subito che è il più importante, ma poi tutti dicevano così, e allora ho cominciato a pensare che era vero. E in effetti il mio punto è importante e io lo eseguo.
Nel piano il punto uno è quando succede, cioè proprio quando capita la cosa, che poi vanno eseguiti anche tutti gli altri punti Veloci E Precisi Uno Dietro L’Altro come ci disse il Direttore. Il punto due invece sono le persone delle sicurezza, otto, che entrano e senza stare lì a badare troppo all’importanza degli ospiti li invitano a spostarsi dietro le quinte per lasciare spazio. Il punto tre, come vi ho detto, sono io. Ma dietro di me a darmi i vestiti che devo cambiare c’è la sarta, e dietro di lei altra gente, ma io non so chi sono questi. Durante la registrazione della trasmissione io sono lì, pronta a tre metri dal camerino e a tre dallo studio – li ho misurati: sono Precisa come ha detto il Direttore – e aspetto che succeda. Quando succede l’assistente dà il via al piano, le guardie entrano, eseguono il punto due e la sarta intanto entra in camerino ed esce con i vestiti che le vengono dati. Io le vado incontro, prendo i vestiti ed entro in studio. Le persone della sicurezza mi circondano – Non Si Deve Vedere Niente Di Niente: anche questo ha detto il Direttore – cambio veloce i vestiti che mi ha dato la sarta con quelli che ha addosso il Signor Vespa ed esco. Mentre esco incrocio la truccatrice, che sta al punto quattro che è meno importante del mio ma comunque è importante. Una passatina di trucco serve a mandare via quelle due o tre gocce di sudore che scendono un po’ a tutti quando succede, e soprattutto se succede così tanto, e sotto i riflettori poi.
A noi il piano ce l’ha spiegato il Direttore dopo che successe la prima volta, la prima volta che non successe una volta sola, ma due, ma noi non capimmo del tutto. Era l’undici settembre duemilauno quando gli arabi buttarono giù le Torri Gemelle. Io già ero una delle due costumiste di Porta a Porta, la più anziana, trent’anni di servizio alla Rai e con il Signor Vespa da quando aveva iniziato la trasmissione. La riunione per il piano ci fu il giorno dopo, al mattino, che avevamo finito da poche ore la diretta che era durata quasi tutto il pomeriggio e tutta la sera fino a notte fonda e non era stata una diretta facile. Chi lo poteva sapere che gli arabi avrebbero buttato giù tutte e due le Torri Gemelle. E poi sai la tensione, sai non sapere quanti erano i morti. Sarà stato anche quello che al Signor Vespa glielo fece succedere per la prima volta, e due volte addirittura. La prima piano, come una scossa ma non troppo forte. Gli aveva piegato le gambe, però la camera – almeno a me disse questo anche il Direttore – non era su di lui, così era bastato mandare la pubblicità e bere un bicchiere d’acqua. Ma la seconda volta era stata forte e la camera era su di lui, l’ho vista io spostarsi veloce per non fare vedere niente. A noi era sembrato un mancamento. Un mancamento strano ma un mancamento: il Signor Vespa che si piegava sulle ginocchia con le mani in mezzo alle gambe. Pubblicità, via in camerino – ma a me non mi fecero entrare – e poi di nuovo in diretta.
Il giorno dopo allora ci fu la riunione. Il Direttore in quel momento era il signor Cattaneo. Nel suo ufficio, che era grande, eravamo io, lui, il direttore di produzione, la truccatrice, l’assistente di studio, gli otto del servizio di sicurezza e qualcun altro che non avevo mai visto. Il piano era già pronto, prima di spiegarcelo ci disse che Non C’Era Tempo Per Fare Domande. Noi ubbidimmo, che tanto lì non ero la sola a non aver capito che cosa era veramente successo. A dir la verità, però, anche del discorso che il signor Cattaneo fece io non avevo capito una cosa, ma anche lì non ero la sola a non aver capito. Alla fine dell’esposizione di tutti i punti e dopo le raccomandazioni di essere Veloci E Precisi il signor Cattaneo aveva alzato la voce – ma forte, come io non mi sarei mai immaginata da un uomo sempre così a modo – e aveva urlato: E Che Nessuno Dica Che Quest’Uomo È Un Pervertito! Bruno Vespa È Un Professionista! Una Garanzia!. E chi dice qualcosa. Avrà problemi di pressione, di cuore. Con tutto quel lavoro, il Signor Vespa, non sarebbe strano. Che c’entra l’essere un pervertito, pensavo io. Poi, finito di urlare quelle cose, ci aveva dato a ognuno un libretto stampato di fresco che la carta era ancora calda di fotocopiatrice, con tutti i punti e il nostro di ognuno segnato in evidenziatore giallo sulla prima pagina con tre punti esclamativi.
Lo sapevano tutti, ovviamente, del piano. Perché tra noi costumiste, truccatrici, quarant’anni in Rai chi più chi meno, si sa tutto di tutti. Ma non che se ne parlasse con gli altri, gli otto della sicurezza, il direttore di produzione, l’assistente. Quelli vanno e vengono, non si sa mai se li trovi il mese dopo. Noi invece rimaniamo, quarant’anni in Rai io, noi sappiamo tutti di tutti. E del piano se ne parlava tra noi ma non con gli altri, quelli che se non ricordo male erano pure nel camerino quella volta che successe, la prima volta al Signor Vespa. Anche perché poi passò del tempo prima di metterlo in pratica il piano, e allora quasi ce ne eravamo dimenticati. O meglio: ce lo ricordavamo tutti, ma ormai si parlava d’altro e il Signor Vespa stava bene che neanche sembrava lui quello dei mancamenti in diretta.
Poi una volta il piano rischiammo davvero di iniziarlo. Fu ancora la puntata sugli arabi che fecero saltare la stazione di Madrid lasciando tutti quei morti, che anche io che prendo il treno per venire in Rai potevo essere una di loro se fossi stata spagnola. Anche lì le gambe al Signor Vespa gli si piegarono e ancora si mise le mani in mezzo alle gambe come a coprirsi. Pubblicità, ripresa, e poi camminava come infastidito, come quando fanno male le scarpe o stringono i pantaloni, così. Quella volta non c’era stata nessuna riunione, che tanto il piano era pronto e comunque l’assistente di studio non l’aveva fatto partire.
Il piano invece partì qualche settimana dopo, che era aprile se non sbaglio, quando ammazzarono gli arabi quel povero ragazzo in Iraq che era andato là a lavorare, Fabrizio Quattrocchi. Io cosa è successo adesso lo racconto, ma poi non mi chiedete nient’altro che non voglio storie. A me questa storia mi urta perchè c’è un limite a tutto, ma lavorare è il mio dovere e lo faccio. Sono una brava persona che sta da quarant’anni a fare i costumi alla Rai, io. La trasmissione era andata in diretta straordinaria fermando un programma con Pippo Baudo, il David di Donatello o una cosa del genere mi pare. Il Signor Vespa aveva preso la diretta facendo il lancio, quei pochi secondi che vengono sempre fatti prima dell’inizio della trasmissione vera, si chiamano così. E poi dopo aver lasciato finire a Baudo quel poco che doveva ancora fare aveva cominciato la trasmissione. C’era Rutelli in studio e Frattini che allora era ministro. Le notizie arrivavano mentre era già iniziato tutto, gli avevano sparato a quel ragazzo e c’era un video su quella cosa e non si capiva bene cosa stesse succedendo e cosa no. Però l’assistente di studio e anche il direttore di produzione che non doveva esserci ma poi è venuto a vedere cosa accadeva, erano tesi ma contenti come quando si sa che gli ascolti saranno alti – e lo credo bene, un ragazzo italiano ammazzato dagli arabi è una cosa che colpisce tutti. Però il Signor Vespa era strano, anche lui teso ma con la voce debole, un po’ come quando manca il fiato perchè si fanno troppi gradini e poi si fa fatica a parlare. Noi lo capivamo che era strano e che l’assistente e il direttore di produzione erano tesi anche per quello probabilmente, ma comunque la trasmissione procedeva bene. Poi ad un certo punto il fiato del Signor Vespa si è fatto pesante veramente, proprio un affanno nel microfono si sentiva, sempre più forte, e l’assistente ha cominciato a chiamare la pubblicità e il Signor Vespa ad un certo punto l’ha mandata, che il fiato era sempre più pesante e aveva anche cominciato a tremare. Poi è successo tutto davvero velocemente: la pubblicità parte, il Signor Vespa che cade in ginocchio con le mani mentre tenta di coprirsi la patta dei pantaloni, poi dalla posizione in ginocchio sul fianco sinistro, e alla fine steso a terra su tutta la parte laterale del corpo. L’assistente che dice a voce alta ma senza urlare Via Al Piano, gli uomini della sicurezza che entrano e fanno uscire alla svelta gli ospiti con Rutelli e Frattini che chiedono cosa sta succedendo ma poi la smettono ed escono anche loro, e la sarta che intanto entra di corsa in camerini, esce e mi dà i vestiti. Sono un paio di pantaloni e uno di mutande. Io ho imparato che in Rai, se vuoi rimanere al tuo posto, le cose che sono da fare si devono fare sempre e comunque. E allora non ho ragionato su quello che avevo in mano, l’ho fatto e basta. Però mi ricordo tutto bene. Il Signor Vespa era steso a terra sul fianco. La patta dei pantaloni era bagnata, tanto bagnata. La macchia si allargava verso i fianchi e al centro diventava sempre più scura. Io Veloce e Precisa come mi aveva detto il Direttore gli ho sfilato prima le scarpe e poi i pantaloni, ma quando ho visto le mutande tutte bagnate mi sono fermata. Sì, mi facevano schifo quelle mutande ma io non mi sono fermata solo per quello. Mi sono fermata perché mentre era a terra, io me lo ricordo bene, il Signor Vespa che aveva gli occhi socchiusi sussurrava Sì Fabrizio Quattrocchi Muori Che Vinciamo La Serata Stasera Sarà Un Trionfo ma non così veloce come gliel’ho detto io adesso. No, lento, con dei respiri profondi. Io mi vergogno a fare come faceva lui, ma lei mi capisce bene come le diceva lui quelle parole. Allora io invece di togliergli anche le mutande e mettergli quelle pulite ho nascosto quelle pulite in tasca, ho finito di sfilargli i pantaloni, gli ho messo quelli puliti e poi di nuovo le scarpe. Il mio dovere io l’ho fatto. Nessuno si è accorto di nulla perché le guardie che mi circondavano non osservavano me ma l’esterno, stavano attente che nessuno si avvicinasse. Poi finito il mio lavoro sono uscita dallo studio e sono andata in bagno a vomitare.
Non fa niente se ho vomitato e non fa niente neanche se dopo quel giorno mi è venuta in mente una volta che mio nipote, che è intelligente e dice quello che pensa, mi ha detto Vespa È Uno Che Gode Delle Disgrazie Altrui. Forse mio nipote ha ragione. Ma quello è il piano, e io sarò sempre pronta al mio punto tre a prendere i vestiti. E’ il mio dovere. E poi sono cose che possono succedere a tutti. Ha ragione il Direttore: il Signor Vespa rimane comunque un professionista».