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Quegli incomprensibili teoremi

Settembre 4, 2008

L’ultimo numero di Dedalus, rivista socio-culturale con cui collaboro da alcuni anni, riguarda la scuola e il rapporto che i giovani hanno con essa. Quella che troverete di seguito è una recensione-racconto de “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani”, uno dei libri più recenti di Umberto Galimberti, il quale sul tema ha certamente qualcosa di interessante da dire. Il titolo della recensione-racconto è lo stesso riportato sulla rivista. Chi volesse una copia di Dedalus non deve fare altro che contattarmi.Ho passato cinque anni della mia vita a suonare la batteria. No, non in sala prove. A scuola, nelle ore di matematica e fisica. Stavo in ultima fila, usavo due penne come bacchette e gli astucci come tamburi, il mio e quello di un compagno. Forse anche qualche libro. Sono diventato abbastanza bravo a suonare la batteria, ma non so nulla, o quasi, di matematica e fisica.
Nei primi due anni di liceo fisica non c’era, c’era solo matematica. Non mi schiodavo dal cinque, cinque e mezzo. Nel triennio è arrivata anche fisica, quattro fisso in entrambi. Mia madre mi mandava al pomeriggio a lezione da una ex professoressa della mia scuola, ventisei euro all’ora. Lì qualcosa imparavo, eravamo solo io e lei, non potevo suonarle la batteria in faccia. Ma in classe sì: poi la professoressa, A. B., una donna che aveva la matematica nel sangue, una che a nostro dire quando stava sdraiata nella vasca usava le piastrelle del bagno come griglia per disegnarvi sopra con la mente dei grafici di funzione, mi scopriva e si metteva a urlare. Ma non mi cacciava fuori: A.B. la matematica la sapeva bene ma non hai mai avuto il coraggio di cacciare fuori nessuno, chissà come mai. E allora io, pochi minuti dopo la strigliata, ricominciavo a suonare la batteria, magari più piano, per non disturbare, ed è stato così che ho imparato anche il movimento circolare di spazzole che fanno i batteristi jazz. Di suonare la batteria durante le ore di matematica e fisica non ho mai smesso, al massimo leggevo qualche pagina di un libro quando ero un po’ stanco - una buona parte della mia cultura letteraria la devo al fatto di non essere mai stato attento in classe quando si spiegavano materie scientifiche. Nelle altre materie ero più diligente. Quando mia madre andava ai colloqui coi professori non si sentiva dire da tutti «Suo figlio è sempre distratto»; al massimo era la professoressa A.B. che le diceva «Suo figlio signora non segue mai le spiegazioni» – ma A.B. non disse mai nulla a mia madre della batteria, chissà come. Gli altri però no. Perché io di andare a scuola avevo voglia, di studiare anche. Ma solo letteratura, filosofia, storia, arte; chimica la digerivo poco ma la studiavo perché era comunque poca roba. Ma matematica e fisica comportavano ore e ore di studio ed esercitazione e io non coglievo il senso di tutta quella fatica.

 

 

Il senso è la risposta alla domanda «A che cosa serve studiare questa materia?» che tutti gli studenti si fanno, almeno dal momento in cui cominciano a prendere coscienza del fatto che la scuola non è la loro unica ragione di vita (e quindi, in quanto tale, può essere messa in discussione). Ed è uno dei passaggi più interessanti dei capitoli dedicati alla scuola contenuti ne L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli Serie Bianca, 169 pagine, 12 €) di Umberto Galimberti, uno dei pochi filosofi del nostro paese che riesce a dire cose difficili con parole semplici (ma mai facili) e che ritiene la filosofia non una questione autoreferenziale per filosofi e solo per loro, ma una disciplina-strumento che aiuta a vivere meglio, come lo era ai tempi di Socrate e Platone.
Galimberti parte dal presupposto che «i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui». Il nichilismo inteso come lo intendeva Nietzsche via Heiddeger, lo «spaesamento», il disincanto del mondo che ha eroso, secondo Franco Volpi, «i riferimenti tradizionali – i miti, gli dèi, le trascendenze, i valori» del mondo, dove «non v’è più virtù o morale possibile». O più semplicemente lo svegliarsi al mattino e non avere nessuna voglia di alzarsi dal letto, perché non si ha nulla da fare, nulla da dire, nulla da vivere. Galimberti va a scovare ed analizza questo nulla – che fa delle fasce d’età più giovani una generazione dominata dalle «passioni tristi, dove il riferimento non è al dolore o al pianto, ma all’impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso» – nella realtà dei giovani, nelle figure educative che stanno intorno a loro, nei problemi e negli estremismi delle loro vite, sottolineandone di volta in volta le contraddizioni, le storture, i sintomi.

La famiglia e la televisione in primis: la prima disfatta da quell’onda disgregatoria che sta travolgendo qualsiasi struttura di appartenenza (religiosa, ideologica, politico-sociale, addirittura sessuale) e sempre più incapace di interpretare e guidare coloro che dovrebbero essere i frutti di un’unione d’amore; la seconda sempre più come unico ed unilaterale promotore di valori e immaginari generati dal mercato, dai soldi e dal profitto che impongono alle persone l’unico ma al contempo biunivoco ruolo di produttori e consumatori – quest’ultimo, peraltro, sempre più concentrato sui giovani, preadolescenti in primis, quale principale target. E poi, come reazioni e rifugi, l’anestetizzazione, l’eccitazione e l’euforia della droga; la spudoratezza del sesso che da mezzo di donazione ed affermazione vitalistica di sé è diventato viatico di affermazione sociale (i videofonini che riprendono le prime, meccaniche esperienze sessuali e ne diffondono morbosamente le perfomances) o massimo obbiettivo dell’apparire in una società in cui l’esposizione e l’oscenità sono la regola. E ancora la precarietà lavorativa che diventa precarietà esistenziale, la violenza degli stadi, il ritmo delle discoteche che sostituisce quello del cuore, gli “atti estremi” dei sassi lanciati dal cavalcavia e dei suicidi (in Italia la seconda causa di morte per i ragazzi sotto i venticinque anni dopo gli incidenti automobilistici), ultimo grido d’aiuto «di quelle esistenze precarie che sono le esistenze giovanili, dove assistiamo a gesti che non diventano stili di vita, azioni che si esauriscono nei gesti, progetti che si dileguano nei sogni, passioni di un giorno cancellate da una notte» e dove, soprattutto, il futuro non è visto «come promessa» ma «come minaccia».
E in mezzo a tutto questo la scuola che, secondo Galimberti, si preoccupa solo di istruire. Non educa, ma vede casomai l’educazione come una conseguenza dell’istruzione la quale, inevitabilmente, ha come primo dovere quello di “preparare al mondo del lavoro”. Ma questo dovere, oltre ad essere una limitazione del tutto insufficiente – perché i giovani hanno bisogno di qualcosa di più di un mero passaggio di nozioni quando, mentre frequentano la scuola, stanno tentando al contempo di costruire sé stessi come persone – non favorisce nemmeno l’istruzione stessa, perché quando un ragazzo non è educato, non è nemmeno stimolato e non ha voglia di imparare. Non ne trova il senso e allora in classe suona la batteria. Ma cosa è l’educazione per Galimberti? E’ sicuramente molto di più di una questione di buone maniere. E’ un “ex-ducere”, un “tirare fuori da”, «è una lenta acquisizione, attraverso riconoscimenti, della gioia di sé», cioè l’accettazione della realtà circostante, il riconoscimento della propria identità da parte di sé stessi e degli altri, estratta dal magma inconoscibile e confuso di quell’età transitoria, ma formante, che è la giovinezza.

A.B. per cinque anni ha me che suono la batteria. E poi ha D.R., che è nato anche lui con la matematica nel sangue e in quarta liceo studia già sui testi universitari. Oggi presiede una cattedra come assistente ad un docente da qualche parte negli Stati Uniti. Allora era l’unica persona per la quale A.B. spiegava veramente. Perché, com’è ovvio, D.R. rispondeva agli stimoli, aveva un profitto altissimo, e non aveva bisogno di essere educato. La sua “gioia di sé”, la sua identità, era la matematica, difatti per essa sarebbe stato poi disposto ad un cambiamento di vita importante e in età piuttosto giovane. Ma A.B. il problema dell’educazione non se lo poneva, lei come tantissime altre insegnanti. L’unico dialogo tra la sua figura e quella dei suoi studenti erano le spiegazioni e i voti. Perfette e totalizzanti per D.R., che prendeva dieci fisso; inutili e insensate per me, che prendevo quattro fisso. Il voto è il risultato, secondo Galimberti, di «quella tendenza all’oggettivazione che porta i medici a considerare i pazienti solo come organismi, che porta nel mondo del lavoro a considerare gli uomini in base al solo criterio dell’efficienza, risolvendo la loro identità nell’efficacia della prestazione, che porta i professori a giudicare i loro studenti in base al profitto, termine che il mondo della scuola ha mutuato dal mondo economico, risolvendo l’educazione in un puro fatto quantitativo dove a sommarsi sono nozioni e voti». Per A.B. io non ero efficiente, quindi non ero da considerare del tutto. Se suonavo la batteria mentre lei spiegava la strigliata me la dava, perché me la doveva dare e perché in fondo venivo meno alle più elementari norme di comportamento. Ma di farmi uscire dalla classe – che poteva essere un tentativo di farmi capire che certe cose le potevo fare al di fuori di quel luogo – non le importava e nemmeno di darmi una nota sul registro o un compito di castigo. Poteva mandarmi anche in presidenza, ma non faceva neppure quello. In realtà non le interessava nemmeno di dirlo a una delle altre principali figure educative della mia vita, cioè mia madre. A mia madre invece ripeteva che “dovevo impegnarmi di più”, che “dovevo metterci più buona volontà”. Frasi «in cui c’è un precipitato di genericità e forse di ignoranza propria di chi non sa che la volontà non esiste al di fuori dell’interesse, che l’interesse non esiste separato dal legame emotivo, che il legame emotivo non si costruisce quando il rapporto tra un professore e uno studente è un rapporto di reciproca diffidenza, se non di assoluta incomprensione».

A.B., insomma, non mi comprendeva, non mi vedeva. E io non vedevo lei, mi comportavo come se non ci fosse stata, ma non per cattiva educazione – già allora avevo un grado sufficiente di rispetto per le persone e con gli altri professori di fatto non mi comportavo così – ma semplicemente perché non trovavo un senso in quello che lei faceva di fronte a me. Il suo compito educativo semplicemente non esisteva ed entrambi, in quei cinque anni di convivenza all’interno della “nostra” classe, abbiamo perso un’occasione. Un’occasione di dialogo che non poteva passare né dalla mia passione per la batteria né attraverso il suo linguaggio di teoremi e voti – i quali, peraltro, mi diventavano sempre più indifferenti man mano che si abbassavano – ma da una sola cosa: la creatività.
«Dalla scuola vengono espulse tutte quelle dimensioni che sfuggono alla calcolabilità, quindi: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri». La matematica è, prima di tutto, un processo creativo: questa cosa l’avrei capita una volta uscito dal liceo, e non grazie ad A.B. purtroppo. In soldoni: ci sono delle prerogative di partenza (dei teoremi già dimostrati o degli assiomi), c’è un linguaggio (quello dei numeri), c’è un fine a cui arrivare (la dimostrazione di un teorema). Tutto quello che sta in mezzo è da inventare, da creare, rispettando le prerogative di partenza ed usando il linguaggio. E’ lo stesso meccanismo attraverso il quale funziona la poesia, di cui mi sarei innamorato al liceo e il cui amore sarebbe cresciuto poi, inducendomi anche a capire l’occasione persa per la matematica. E l’esclusione della creatività e delle emozioni dal sistema di dialogo professore-studente è uno dei motivi fondamentali per cui i giovani trovano inutile, noiosa, quando non addirittura odiosa (se l’imposizione è prolungata e fattori esterni quali famiglie esigenti obbligano inevitabilmente allo studio) la matematica tanto quanto la letteratura.
Leopardi scrive i suoi canti mosso dagli stessi struggimenti esistenziali e d’amore di una qualsiasi persona, giovani compresi. Tutti hanno provato almeno una volta nella vita le pene d’amore descritte in A Silvia. Se i professori educassero a questo approccio, affiancandolo alle bordate di tecnicismi e nozioni storico-letterarie con cui solitamente vengono proposti gli autori nei corsi di letteratura delle scuole superiori, probabilmente gli studenti non recepirebbero la letteratura come una cosa inutile tanto quanto lo era per me la matematica, ma come una cosa vicina, se non addirittura umanamente loro. A differenza della matematica, la letteratura infatti racconta e parte da esperienze umane che tutti vivono. In questo senso può essere anche un mezzo di educazione emotiva. E di una gestione della propria emotività i giovani, che crescendo scoprono e vivono sentimenti dall’intensità nuova che coinvolgono sempre di più il proprio corpo e quello di altre persone, hanno bisogno più che mai.

Ma una scuola che ha bandito l’emotività dal proprio orizzonte educativo non li può aiutare. E allora: «espulsa dalla scuola l’educazione emotiva, l’emozione vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni d’abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell’alcool e delle droga sono esempi neppure troppo estremi». Neppure troppo estremi è vero, ma sempre più diffusi. Tentativi di fuga dai tentacoli di quell’ospite inquietante nato da un eccessivo concentramento sulla “preparazione al mondo del lavoro” e da una scarsissima preparazione a ciò che la vita dovrà sempre e comunque affrontare: il mondo. Tutte le A.B. italiane dovrebbero leggersi Galimberti. La scuola ha un’assoluta necessità di tornare a dare un senso a ciò che insegna. Perché ci sono troppe batterie suonate di fronte a lavagne piene di incomprensibili teoremi.

Le gabbie dei conigli

Maggio 18, 2008

La troppa libertà spezza il collo.
(proverbio popolare)

Le gabbie dei conigli, fino a quando morì mio nonno, stavano in un casotto di pietra e cemento dietro la casa. Accanto al casotto una vigna costeggiava gran parte della recinzione della casa e un orto coltivato ad insalata, pomodori e calle occupava quasi tutto il giardino. L’interno del casotto di giorno era sempre in penombra, una penombra placida e silenziosa, intervallata solo dai rapidi bagliori delle gabbie di lamiera illuminate momentaneamente dal sole.
I conigli nelle gabbie non stavano mai fermi. Rumori continui, insistiti, ma senza una logica. Nel loro incessante lavorio di zampe sbattute contro le inferriate, denti a torturare il granoturco e il fieno, lingue a succhiare l’acqua dalle apposite cavità delle gabbie, sembravano stare bene attenti a non dare mai un ordine in qualche modo sensato ai suoni che producevano. Stavo interi quarti d’ora immobile, con le gambe fisse davanti alle gabbie, ad ascoltare quelle bestie. Preso come da un’ipnosi non cercavo davvero un senso, ero troppo giovane per farlo, ma mi rapiva l’assoluta casualità con cui i rumori, una volta ripetuti di seguito istantaneamente, un’altra volta dilatati nel silenzio, segnalavano una vita che c’era, ma si vedeva poco, e non faceva nulla di più che mangiare, bere, rumoreggiare.
Avevo all’incirca sei anni, passavo i giorni freddi chiuso in casa e quelli più caldi ad inventare giochi di guerre in cui le ambientazioni erano sempre la vigna, l’orto, il giardino. Ma mai il casotto, perché entrando lì, magari attirato da un rumore più forte degli altri, il gioco si fermava e arrivava l’ipnosi: un fruscio, una mitragliata di denti su un chicco di grano, una zampa che sposta il fieno e batte nervosa contro la lamiera. Momenti di pausa che finivano spontaneamente, lasciandomi ritornare alla realtà e al gioco con uno strascico di silenzio al seguito che piano piano si dissolveva. Oppure che finivano perché mio nonno, padrone indiscusso di tutto quanto fosse gabbie, vigna, orto, giardino, entrava nel casotto per prendersi cura dei conigli e mi parlava, o parlava ai conigli.
Non c’era altro evento che potesse interrompere il mio personale incantamento di fronte alle gabbie. O meglio, un altro c’era, ma era raro: quando un raggio di luce improvviso illuminava la testa di uno dei conigli e allora un occhio, sempre uno solo, emergeva dal buio. Quello sguardo metteva fine all’ipnosi lasciandomi in un risveglio inquieto, intimidito dalla macchia scura dell’occhio che si posava su di me e mi induceva ad andarmene alla svelta dal casotto. I conigli mi avevano scoperto che li stavo osservando e ricominciare in modo forzatamente entusiasta il gioco, magari con una battaglia artificiosamente caotica, era l’unico modo per fingere che nulla pochi attimi prima fosse accaduto.

Poi ci sono giorni, giorni di bambini di sei anni, che si perdono nella memoria insieme a tutti gli altri, dove è impossibile stare fermi. Una forza dinamica prende tutto il corpo e seduti dietro il banco di scuola un piede non smette di martellare il pavimento velocissimo e impercettibile. In cammino verso casa le gambe si perdono in una miriade inquieta di salti. Seduti di nuovo, ma questa volta per il pranzo, le gambe penzolano dalla sedia come festoni in certe giornate di vento.
Sono giorni in cui il gioco diventa l’unico sfogo efficace, una questione non più solo di divertimento e svago ma di vero e proprio sfinimento totale. Non importa più nulla di nulla, bisogna solo muoversi, agire, sventagliare ovunque gambe e braccia fino a spaccarsi il fiato e rimanere alla sera, stanchi morti, ad aspettare che arrivi il sonno e un nuovo giorno senza la stessa inarrestabile inquietudine.
Fu proprio in uno di quei giorni, passati al mattino a fremere dietro il legno freddo del banco di scuola e al pomeriggio nello spasmodico inseguimento di un pallone alla fine scaraventato come in un gesto di impazienza nella larga fossa di garage sotterranei della casa confinante, che entrai nel casotto di corsa e senza neanche badare per un momento ai soliti rumori che mi ipnotizzavano aprii una ad una tutte le gabbie. Non ci fu un solo coniglio che rimase fermo. I più giovani, anche quelli che stavano nelle gabbie più alte, saltarono giù subito senza alcuna paura. Quelli più anziani aspettarono pochi secondi dopo ma seguirono gli altri con la stessa impazienza. Nell’atterraggio tutti perdevano la posizione di equilibrio e per qualche istante grattavano le zampe contro il cemento del pavimento, ma poi riacquistavano l’assetto da corsa e in un lampo erano fuori dal casotto. Mio nonno, che in quel momento era nella vigna, si accorse immediatamente della fuga di tutte le sue bestie e messosi di fronte all’entrata del casotto riuscì a catturare con le mani e a rimettere nelle gabbie gli ultimi conigli che erano scappati. Poi, urlando I Conigli! I Conigli! aveva cominciato ad inseguire gli altri che correvano all’impazzata nella vigna, nell’orto, in tutto il giardino attorno alla casa, travolgendo lungo la loro strada foglie di vite, fiori, insalata, piante di pomodori. Io, uscito dopo mio nonno dal casotto, stavo a pochi passi dall’entrata osservando immobile quegli animali rapiti da una specie di fuoco pazzo, come se tutto il desiderio di movimento che era in me fino a pochi attimi prima fosse stato trasmesso a tutti loro nel gesto di aprire le gabbie. Il mio corpo era completamente fermo, solo la testa si muoveva da destra a sinistra e da sinistra a destra per avere una visione il più possibile panoramica di quanto stava accadendo mentre la bocca si apriva ai lati in un sorriso sempre più largo.
Ma mio nonno ci sapeva fare. Capita a volte che un coniglio fugga mentre gli si pulisce la gabbia oppure che nel tragitto dalla gabbia al posto di macellazione scappi di mano e si metta a correre. Per prenderlo non serve inseguirlo. Basta aspettare che si fermi, trovi un riparo e si tranquillizzi. Poi, una volta fermo in quella che per lui è la sua nuova tana, basta avvicinarsi silenziosi da dietro e afferrarlo di scatto. Mio nonno aveva cominciato a rincorrerne alcuni, poi resosi meglio conto della situazione si era fermato, aveva atteso che anche i conigli si rifugiassero in qualche anfratto e con quel metodo ne aveva catturato qualcuno. Altri però non si fermavano e continuavano a correre. Vista dall’alto quella scena poteva sembrare il movimento consueto di una manciata di formiche, con un formichiere che lento si avvicinava a quelle inspiegabilmente ferme e le catturava. Dal giardino la mia attenzione si era spostata anche sul lavoro di cattura di mio nonno oltre che sulla corsa folle degli ultimi conigli, e il sorriso crescente si era congelato in un espressione gioiosa, ma fissa.
Un coniglio si era rannicchiato a metà di uno dei filari di piante di pomodori e mio nonno, camminando con la schiena piegata in avanti e la testa a ridosso delle spalle, stava allungando le braccia per afferrarlo. C’erano ancora cinque conigli intorno alla casa: tre erano fermi al riparo, due non finivano di correre. Li avevo contati e dopo avere finito la conta mi ero concentrato sul coniglio tra i pomodori e sui movimenti esperti di mio nonno. Le sue mani erano a pochi centimetri dal corpo del coniglio quando dall’altra parte del giardino, a ridosso del muretto di recinzione, un tonfo sordo, il botto di un pugno che sbatte deciso sulla cassa toracica, aveva attirato la mia attenzione. Un coniglio, uno dei due che correvano all’impazzata, così almeno a me pareva, aveva sbattuto la testa contro il muro ed era rimbalzato all’indietro finendo steso nell’erba a pancia all’aria, morto. Urlai Nonno!, mio nonno si voltò correndo verso il coniglio ed io invece per non vedere più il coniglio morto voltai la testa dall’altra parte. E mentre la voltavo, vidi l’altro coniglio che non si era mai fermato correre a gran velocità gli ultimi metri di avvicinamento alla recinzione e andare a sbattere violentemente e senza alcun tentativo di frenata contro il cemento grigio del muretto lasciandovi un segno di sangue rosso e rimbalzando come l’altro coniglio nell’erba, a pancia in aria. Osservai così bene la scena che notai, pochi attimi dopo lo stesso tonfo di prima, il corpo del coniglio tendersi nello spacco di fiato che avviene poco prima della morte e poi abbandonarsi inerte, nel volo di rimbalzo verso l’erba. Ma non feci in tempo a chiudere gli occhi, perché anche i tre conigli che erano fermi ripresero a correre follemente creando davanti a me un vortice di zampe che slabbravano il terreno. Uno dietro l’altro, acquistata la massima velocità, andarono a schiantarsi contro il muro della casa, contro quello del casotto e ancora contro il muretto di recinzione che aveva ucciso il primo coniglio. Tre tonfi uno dietro l’altro, poi il silenzio.

Avessi avuto allora l’età che ho oggi, forse di fronte a quella scena mi sarei chiesto: Chissà Che Fine Faremo Noi Quando Saremo Veramente Liberi. Ma avevo solo sei anni e caddi di peso sulle ginocchia. Cominciai a piangere, lentamente e senza singhiozzare, fino a quando mio nonno, rimasto anch’egli inerte di fronte a quel carnaio, si accorse di me e mi fece alzare, consolandomi con una carezza, con un abbraccio, con un pezzo di cioccolato preso dalla credenza della cucina che mangiai con la testa bassa, senza fiatare.
Dopo quel giorno i conigli vennero macellati e venduti uno ad uno. Nel casotto non ne tenemmo più.

14 maggio 2008: ilsensodellecose – reading-concerto di Luca Barachetti + ivonne_gut

Maggio 7, 2008

14 maggio 2008 – ore 21.00
Circolo ARCI Delta/House di Torre Boldone (Bg)
via Borghetto 8 (ingresso gratuito con tessera ARCI)http://www.myspace.com/deltahousebg

 ILSENSODELLECOSE

Luca Barachetti (parole, voce)
http://ilsensodellecose.wordpress.com
+
ivonne_gut (corde, electronics)
http://myspace.com/ivonnegut

 

Poesie e racconti. Glitch elettronici e frammenti blues. Storie d’amore che sbranano e paesi sbranati dall’avanzata dei centri commerciali. La scoperta della morte nella realtà di ogni giorno e un viaggio in Israele e Palestina che rafforza alcune idee e ne scardina altre. Su tutto la voglia di ricordare ed evocare, con un unico fine: provare a dare un senso alle cose che ci stanno intorno.

ilsensodellecose è una reading-concerto che Luca Barachetti (parole, voce) e Alessandro Adelio Rossi ‘ivonne_gut’ (corde, electronics) terranno il 14 maggio al Circolo ARCI Delta/House di Torre Boldone (Bg). Sul palco i testi di Luca Barachetti tratti dal blog http://ilsensodellecose.wordpress.com accompagnati dalla musica di ivonne_gut (http://myspace.com/ivonnegut).

 
Luca Vittorio Barachetti scrive poesie e racconti da quando aveva quattordici anni. Nella vita fa il giornalista musicale. Con Alessandro Rossi e Fabrizio Colombi porta avanti il progetto noise-blues Bancale. ilsensodellecose (http://ilsensodellecose.wordpress.com) è il blog dove raccoglie ciò che scrive e fotografa.

ivonne_gut è un progetto di Alessandro Adelio Rossi, musicista attivo da fine anni novanta. Ha suonato per diversi anni in un gruppo psichedelic-progressive con all’attivo due produzioni. Con IG ha partecipato alla compilation Vegetable Man Project 10″ 2005 Ovni Records. Ha preso parte alle registrazioni del disco “L’estetica del cane” di Dario Antonetti e ha composto la colonna sonora dello spettacolo teatrale “Non sparare agli usignoli”. Con Luca Barachetti e Fabrizio Colombi forma il gruppo Bancale.

Albero di natale

Aprile 22, 2008

C’è una lunga strada dritta vicino a casa mia. Una strada scavata tra i campi, come dal solco enorme di un ancora più enorme aratro. Collega il paese dove abito al raccordo verso la superstrada, l’autostrada, Milano. Da alcuni anni, nei primi giorni di dicembre, una gru che da sempre sta a lato di questa strada viene addobbata con delle luci di natale, luci di natale di due tipi: gialle a filamenti, che ricoprono tutta la struttura metallica della gru; e bianche ad intermittenza, che tempestano di punti bianchi la struttura illuminata dai filamenti.
Se passi di notte da questa strada ad un certo punto vedrai spuntare dal buio la T della gru illuminata come un albero di natale, il nostro albero di natale. E se per caso ti capitasse di fermarti sotto alla nostra gru-albero di natale, troveresti i doni che noi, ogni notte del ventiquattro dicembre da molti anni, ci scambiamo facendoci gli auguri: blocchi di cemento grigio alti non più di tre metri e larghi altrettanto, che fino alla notte di ogni ventiquattro dicembre attendono il loro turno sotto il tronco e i rami metallici della nostra gru-albero di natale. Noi ci regaliamo solo quelli, nient’altro.
A che cosa ci servono? C’è un mare davanti a noi, il mare dei trecentosessantacinque giorni di lavoro e produzione dell’indomabile provincia bergamasca. Quella è la materia che ci fa lavorare, produrre, guadagnare. Ed è la stessa che attraversando il mare ogni anno ci fa affondare lentamente, sempre un po’ di più, perché tutti lo sanno che attraversando il mare con un blocco di cemento addosso si affonda, si annega. Ma noi non ce ne accorgiamo di affondare, né tantomeno ci accorgiamo che qualcuno ogni tanto annega. Perché a noi quei blocchi servono, e per di più sono i nostri regali di natale che ogni anno ci scambiamo, dopo che dai primi di dicembre fino alla notte del ventiquattro stanno ad attendere sotto la nostra gru-albero di natale. Non può esserci nulla di cattivo sotto una gru, pensiamo, non può esserci nulla di cattivo sotto un albero di natale. E intanto affondiamo, qualcuno annega, e sulla strada le luci illuminano la T metallica della nostra gru-albero di natale. Che se la guardi bene, con tutte le sue lampadine gialle sempre accese e quelle bianche a intermittenza, non sembra un albero di natale, non sembra neanche una gru. Sembra una croce. La nostra croce-albero di natale, con sotto i blocchi di cemento di chi anno dopo anno piano piano affonda. Di chi a forza di affondare, dopo un po’ annega.

Il piano (una finzione grottesca)

Aprile 2, 2008

 Chi ha perduto il pudore, ha il cuore morto.
(proverbio popolare)

«Io nel piano sto al terzo punto. Entro, cambio i vestiti che mi dà la sarta, esco. Di tutti i punti del piano il mio è il più importante. Io non l’avevo capito subito che è il più importante, ma poi tutti dicevano così, e allora ho cominciato a pensare che era vero. E in effetti il mio punto è importante e io lo eseguo.
Nel piano il punto uno è quando succede, cioè proprio quando capita la cosa, che poi vanno eseguiti anche tutti gli altri punti Veloci E Precisi Uno Dietro L’Altro come ci disse il Direttore. Il punto due invece sono le persone delle sicurezza, otto, che entrano e senza stare lì a badare troppo all’importanza degli ospiti li invitano a spostarsi dietro le quinte per lasciare spazio. Il punto tre, come vi ho detto, sono io. Ma dietro di me a darmi i vestiti che devo cambiare c’è la sarta, e dietro di lei altra gente, ma io non so chi sono questi. Durante la registrazione della trasmissione io sono lì, pronta a tre metri dal camerino e a tre dallo studio – li ho misurati: sono Precisa come ha detto il Direttore – e aspetto che succeda. Quando succede l’assistente dà il via al piano, le guardie entrano, eseguono il punto due e la sarta intanto entra in camerino ed esce con i vestiti che le vengono dati. Io le vado incontro, prendo i vestiti ed entro in studio. Le persone della sicurezza mi circondano – Non Si Deve Vedere Niente Di Niente: anche questo ha detto il Direttore – cambio veloce i vestiti che mi ha dato la sarta con quelli che ha addosso il Signor Vespa ed esco. Mentre esco incrocio la truccatrice, che sta al punto quattro che è meno importante del mio ma comunque è importante. Una passatina di trucco serve a mandare via quelle due o tre gocce di sudore che scendono un po’ a tutti quando succede, e soprattutto se succede così tanto, e sotto i riflettori poi.
A noi il piano ce l’ha spiegato il Direttore dopo che successe la prima volta, la prima volta che non successe una volta sola, ma due, ma noi non capimmo del tutto. Era l’undici settembre duemilauno quando gli arabi buttarono giù le Torri Gemelle. Io già ero una delle due costumiste di Porta a Porta, la più anziana, trent’anni di servizio alla Rai e con il Signor Vespa da quando aveva iniziato la trasmissione. La riunione per il piano ci fu il giorno dopo, al mattino, che avevamo finito da poche ore la diretta che era durata quasi tutto il pomeriggio e tutta la sera fino a notte fonda e non era stata una diretta facile. Chi lo poteva sapere che gli arabi avrebbero buttato giù tutte e due le Torri Gemelle. E poi sai la tensione, sai non sapere quanti erano i morti. Sarà stato anche quello che al Signor Vespa glielo fece succedere per la prima volta, e due volte addirittura. La prima piano, come una scossa ma non troppo forte. Gli aveva piegato le gambe, però la camera – almeno a me disse questo anche il Direttore – non era su di lui, così era bastato mandare la pubblicità e bere un bicchiere d’acqua. Ma la seconda volta era stata forte e la camera era su di lui, l’ho vista io spostarsi veloce per non fare vedere niente. A noi era sembrato un mancamento. Un mancamento strano ma un mancamento: il Signor Vespa che si piegava sulle ginocchia con le mani in mezzo alle gambe. Pubblicità, via in camerino – ma a me non mi fecero entrare – e poi di nuovo in diretta.
Il giorno dopo allora ci fu la riunione. Il Direttore in quel momento era il signor Cattaneo. Nel suo ufficio, che era grande, eravamo io, lui, il direttore di produzione, la truccatrice, l’assistente di studio, gli otto del servizio di sicurezza e qualcun altro che non avevo mai visto. Il piano era già pronto, prima di spiegarcelo ci disse che Non C’Era Tempo Per Fare Domande. Noi ubbidimmo, che tanto lì non ero la sola a non aver capito che cosa era veramente successo. A dir la verità, però, anche del discorso che il signor Cattaneo fece io non avevo capito una cosa, ma anche lì non ero la sola a non aver capito. Alla fine dell’esposizione di tutti i punti e dopo le raccomandazioni di essere Veloci E Precisi il signor Cattaneo aveva alzato la voce – ma forte, come io non mi sarei mai immaginata da un uomo sempre così a modo – e aveva urlato: E Che Nessuno Dica Che Quest’Uomo È Un Pervertito! Bruno Vespa È Un Professionista! Una Garanzia!. E chi dice qualcosa. Avrà problemi di pressione, di cuore. Con tutto quel lavoro, il Signor Vespa, non sarebbe strano. Che c’entra l’essere un pervertito, pensavo io. Poi, finito di urlare quelle cose, ci aveva dato a ognuno un libretto stampato di fresco che la carta era ancora calda di fotocopiatrice, con tutti i punti e il nostro di ognuno segnato in evidenziatore giallo sulla prima pagina con tre punti esclamativi.
Lo sapevano tutti, ovviamente, del piano. Perché tra noi costumiste, truccatrici, quarant’anni in Rai chi più chi meno, si sa tutto di tutti. Ma non che se ne parlasse con gli altri, gli otto della sicurezza, il direttore di produzione, l’assistente. Quelli vanno e vengono, non si sa mai se li trovi il mese dopo. Noi invece rimaniamo, quarant’anni in Rai io, noi sappiamo tutti di tutti. E del piano se ne parlava tra noi ma non con gli altri, quelli che se non ricordo male erano pure nel camerino quella volta che successe, la prima volta al Signor Vespa. Anche perché poi passò del tempo prima di metterlo in pratica il piano, e allora quasi ce ne eravamo dimenticati. O meglio: ce lo ricordavamo tutti, ma ormai si parlava d’altro e il Signor Vespa stava bene che neanche sembrava lui quello dei mancamenti in diretta.
Poi una volta il piano rischiammo davvero di iniziarlo. Fu ancora la puntata sugli arabi che fecero saltare la stazione di Madrid lasciando tutti quei morti, che anche io che prendo il treno per venire in Rai potevo essere una di loro se fossi stata spagnola. Anche lì le gambe al Signor Vespa gli si piegarono e ancora si mise le mani in mezzo alle gambe come a coprirsi. Pubblicità, ripresa, e poi camminava come infastidito, come quando fanno male le scarpe o stringono i pantaloni, così. Quella volta non c’era stata nessuna riunione, che tanto il piano era pronto e comunque l’assistente di studio non l’aveva fatto partire.

Il piano invece partì qualche settimana dopo, che era aprile se non sbaglio, quando ammazzarono gli arabi quel povero ragazzo in Iraq che era andato là a lavorare, Fabrizio Quattrocchi. Io cosa è successo adesso lo racconto, ma poi non mi chiedete nient’altro che non voglio storie. A me questa storia mi urta perchè c’è un limite a tutto, ma lavorare è il mio dovere e lo faccio. Sono una brava persona che sta da quarant’anni a fare i costumi alla Rai, io. La trasmissione era andata in diretta straordinaria fermando un programma con Pippo Baudo, il David di Donatello o una cosa del genere mi pare. Il Signor Vespa aveva preso la diretta facendo il lancio, quei pochi secondi che vengono sempre fatti prima dell’inizio della trasmissione vera, si chiamano così. E poi dopo aver lasciato finire a Baudo quel poco che doveva ancora fare aveva cominciato la trasmissione. C’era Rutelli in studio e Frattini che allora era ministro. Le notizie arrivavano mentre era già iniziato tutto, gli avevano sparato a quel ragazzo e c’era un video su quella cosa e non si capiva bene cosa stesse succedendo e cosa no. Però l’assistente di studio e anche il direttore di produzione che non doveva esserci ma poi è venuto a vedere cosa accadeva, erano tesi ma contenti come quando si sa che gli ascolti saranno alti – e lo credo bene, un ragazzo italiano ammazzato dagli arabi è una cosa che colpisce tutti. Però il Signor Vespa era strano, anche lui teso ma con la voce debole, un po’ come quando manca il fiato perchè si fanno troppi gradini e poi si fa fatica a parlare. Noi lo capivamo che era strano e che l’assistente e il direttore di produzione erano tesi anche per quello probabilmente, ma comunque la trasmissione procedeva bene. Poi ad un certo punto il fiato del Signor Vespa si è fatto pesante veramente, proprio un affanno nel microfono si sentiva, sempre più forte, e l’assistente ha cominciato a chiamare la pubblicità e il Signor Vespa ad un certo punto l’ha mandata, che il fiato era sempre più pesante e aveva anche cominciato a tremare. Poi è successo tutto davvero velocemente: la pubblicità parte, il Signor Vespa che cade in ginocchio con le mani mentre tenta di coprirsi la patta dei pantaloni, poi dalla posizione in ginocchio sul fianco sinistro, e alla fine steso a terra su tutta la parte laterale del corpo. L’assistente che dice a voce alta ma senza urlare Via Al Piano, gli uomini della sicurezza che entrano e fanno uscire alla svelta gli ospiti con Rutelli e Frattini che chiedono cosa sta succedendo ma poi la smettono ed escono anche loro, e la sarta che intanto entra di corsa in camerini, esce e mi dà i vestiti. Sono un paio di pantaloni e uno di mutande. Io ho imparato che in Rai, se vuoi rimanere al tuo posto, le cose che sono da fare si devono fare sempre e comunque. E allora non ho ragionato su quello che avevo in mano, l’ho fatto e basta. Però mi ricordo tutto bene. Il Signor Vespa era steso a terra sul fianco. La patta dei pantaloni era bagnata, tanto bagnata. La macchia si allargava verso i fianchi e al centro diventava sempre più scura. Io Veloce e Precisa come mi aveva detto il Direttore gli ho sfilato prima le scarpe e poi i pantaloni, ma quando ho visto le mutande tutte bagnate mi sono fermata. Sì, mi facevano schifo quelle mutande ma io non mi sono fermata solo per quello. Mi sono fermata perché mentre era a terra, io me lo ricordo bene, il Signor Vespa che aveva gli occhi socchiusi sussurrava Sì Fabrizio Quattrocchi Muori Che Vinciamo La Serata Stasera Sarà Un Trionfo ma non così veloce come gliel’ho detto io adesso. No, lento, con dei respiri profondi. Io mi vergogno a fare come faceva lui, ma lei mi capisce bene come le diceva lui quelle parole. Allora io invece di togliergli anche le mutande e mettergli quelle pulite ho nascosto quelle pulite in tasca, ho finito di sfilargli i pantaloni, gli ho messo quelli puliti e poi di nuovo le scarpe. Il mio dovere io l’ho fatto. Nessuno si è accorto di nulla perché le guardie che mi circondavano non osservavano me ma l’esterno, stavano attente che nessuno si avvicinasse. Poi finito il mio lavoro sono uscita dallo studio e sono andata in bagno a vomitare.
Non fa niente se ho vomitato e non fa niente neanche se dopo quel giorno mi è venuta in mente una volta che mio nipote, che è intelligente e dice quello che pensa, mi ha detto Vespa È Uno Che Gode Delle Disgrazie Altrui. Forse mio nipote ha ragione. Ma quello è il piano, e io sarò sempre pronta al mio punto tre a prendere i vestiti. E’ il mio dovere. E poi sono cose che possono succedere a tutti. Ha ragione il Direttore: il Signor Vespa rimane comunque un professionista».